Leone di Lernia – Un leone su Marte (2004)

Dalla Puglia col furgone, ecco l’omaggio ad un grandissimo artista contemporaneo, lungi dall’essere stato ancora sufficientemente capito da questa critica incosciente, da questi discografici privi di competenza.

Anno 2004, il vecchio sempre in formissima licenzia questo “Un leone su Marte”. Prodotto interessante, che conferma la linea perseguita tenacemente dal nonno di Gratosoglio a far data dall’inizio degli anni novanta. L’idea è semplice: tutti noi sotto la doccia sminchiamo i pezzi sentiti in radio ed il passo dall’inglese maccheronico (na-na-naaaa waciuwaaa orràit) al generico vernacolo dialettale è breve. La ricetta funziona.
Le sonorità dance, le venature house con la cassa in quattro incontrano l’idioma pugliese, per fondersi in un tutt’uno spiazzante all’insegna del mash-up culturale più estremo.
I temi delle intense liriche del vecchio barese sono gli stessi di sempre, votati ad un pervicace scavare nella natura profonda e subdola dell’animo umano: nel tratto cinico del narrare Leoniano (sulla scia dei maestri francesi dell’Ottocento, da Zola a Hugo) troviamo gente che ruba, persone poco dedite all’igiene personale, commercianti pronti al vile raggiro dell’utenza inconsapevole, la dura reprimenda dell’illecito sportivo (in “Partite truccate”), fino a giungere alla minaccia personale di “Quanto sei ignorante”, greve monito al rischio d’ homo homini lupus insito nell’agire di tutti noi.
Allacciatevi le cinture, si scende in un baratro d’umana bassezza, l’uomo è nudo messo di fronte ai propri difetti dall’occhio spietato del Leone.

Manco siamo partiti e già la lingua batte dove il dente duole: con “Lo zoo cambia Canalis” Leo mostra di vederci lungo, e consiglia all’Elisabetta futura Clooney di fuggire le lusinghe della radio ed andarsene, perche con le sue indiscusse “abilità” “può fregare un miliardario”. Beh che dire, il vecchio c’ha visto lungo ed ha predetto – su violenta cassa in battere e bassi synthosissimi – il futuro percorso “professionale” dell’ex velina!

Il brano termina ed è la volta di una bella trasferta su Marte. L’obbiettivo è chiaro: pare che i marziani siano privi di controparte femminile (“un ufo a me mi ha detto: figa non ce n’èèèèè”). A Leo viene l’idea: aprire un lupanare con dentro le famigliari del malcapitato ascoltatore (“mammeta, sorreta eccetera”). L’insulto volgare a chi fruisce del prodotto artistico è estremo gesto di denuncia del disvalore insito in una società alla deriva. Nella seconda parte del brano il problema sembra spostarsi sull’assenza di vegetazione del pianeta rosso, che a quanto pare impedisce la minzione e l’evacuo intestinale dell’attempato dj pugliese.

Il terzo brano si colloca nel noto filone “Zoo”: Leo lamenta i difetti dell’ambiente lavorativo, dove subisce continue condotte mobbizzanti dai perfidi colleghi dj. Lo scorno provato lo spinge al punto di augurare la morte all’odiato Paolo Noise (Paol’ Noia per il vecchio).

Con “Sessant’anni” è tempo di bilanci di vita: il decrepito felino ruggisce ancora, e rifiuta fermamente la cartolina dell’inps. Non è pronto per la pensione. Fra coretti in falsetto e linee di batteria elettronica, la tematica scotta: il vecchiaccio rifiuta l’incalzare inesorabile del tempo. Magnifico l’intermezzo parlato, roboante di rabbia verso i giovani che vogliono “la bella vita senza sacrificio, col padre e la madre che ne dann semp’ li sorrrrd”. Chiude ribadendo che lui a sessant’anni (ora sono quasi settanta!) salta ancora tre metri e ottanta, e lancia un monito: “FATE LAVORARE I VECCHI, I GIOVANI DEVONO ANDARE IN PENSIONE: CAROGNE!!”.

A seguire un brano denso di livore (“Quanto sei ignorante”), tra cassa pompante e samples di chitarrona elettrica. Questo è il Di Lernia-style che amiamo: zero fronzoli e parolacce a cascata verso un non meglio precisato interlocutore, reo di non si sa quale colpa.

“Partite truccate” è un disincantato sputo rancoroso in faccia al mondo del tifo calcistico. Leo ha l’orchite di gente che “lancia le lambrette dalle gradinate”, e sotto l’onda di un basso funky tiratissimo ci rappa la sua indignazione. E ce n’è pure per l’arbitro (ci mancherebbe).

Il disco entra nel cuore della fase indignata: è ora de “Il fumo fa morire”, diretta e priva di compromessi fin dal titolo. Tastiere distorte accompagnano la lamentela dialettale dell’anziano barese, costretto a constatare la dipendenza dal fumo del figlio trentaquattrenne. Un’efficace profilassi anti-tabagista per Leo c’è, declamata a chiare lettere a metà brano: “Pensate di più al sesso.. Andate a fare in culo, disgraziat’”.

E’ ora di spezzare un po’ la tensione: “Se quest’anno al mare” incede saltellante, vivace raggamuffin che trasuda voglia d’estate, condita da curiose considerazioni circa la massiccia presenza omosessuale sulle spiagge. Il nudismo dilagante lo coglie impreparato, in bilico fra sdegnosi impulsi di censura e ben più pressanti propositi onanistici. En passant breve nota sull’impraticabilità delle acque marine, invero assai inquinate.

Nono brano, l’album è all’apice. Il vecchiaccio dà grande prova delle proprie doti canore, e sull’eco malinconico di un pianoforte ci regala una ballata di rara intensità emotiva. “Sfigato” è l’amara ricusazione di un amore ormai passato, che ancora però non lascia insensibile il buon Leone, perso fra l’urgenza di ripagare l’ex metà con male parole – a volte con rara delicatezza verbale: “sai, mi sono informato e nelle case di appuntamenti hanno aggiunto il tuo nome” – e la voglia di esternare il proprio dolore (“mi sento male tutti i dì con le corna di Marì”). Il suono del piano sale di intensità, e nel raggiungere il climax Leo non si contiene ed apre le valvole scurrili del proprio orgoglio acciaccato, senza però poter rinunciare a dichiarare comunque il proprio amore alla fedifraga: “Vacca, bastarda, latrina, abbusciata, stonata, schifosa, ammoquata, mignotta TI AMO… con tutti i cazzi che hai preso… Sono contento per te”.

Troppa melensa melodia, è ora di dare una nuova sferzata all’album: ci pensa l’energico rap-core orientaleggiante (cazzo ho scritto?) di “Leone sei un terrone”. In un profluvio di allusioni a calippi in mezzo alle gambe e bagnini malandrini (?!?), allietati da echi di sitar indiano, Leo ci porta a spasso con lui, in fuga dalla finanza e dai mali della vita. Il brano si chiude con parti vocali proposte al rovescio, il che dimostra che sul decrepito milanese del sud hanno influito in egual misura tanto il White album beatlesiano quanto gli Zeppelin più sulfurei.

Avanti col “Il presidente”, e si torna fra le quattro mura di Radio 105 in via Turati: lo Zoo è a rischio come sempre, le parolacce non piacciono al boss, si rischia la cacciata. Leone fa il punto sui delicati equilibri di politica redazionale, tra una parolaccia ed un refrain così catchy che mi viene da ballare pure mo che scrivo.

La tematica prosegue nella successiva “Lo zoo”, strale rassegnato sulla situazione di imbarazzante semi-analfabetismo vigente fra i conduttori del programma. Il Di Lernia non tollera l’instabilità professionale cui lui ed i colleghi sono sottoposti in ragione dell’utilizzo continuo di turpiloquio durante la diretta. Leo chiede perdono, scaricando la responsabilità sul resto della redazione, accampando la scusa dell’analfabetismo imperante. La melodia conferisce al brano una veste assai gradevole.

“Pappagallo” è un mantra pugliese che dà coraggio a chiunque abbia ambiziosi obbiettivi avanti a sè. Leone lancia insulti, Leone con voce effettata risponde. Il brano diventa un’orgogliosa rivendicazione del percorso che dalla bassa Italia lo ha portato ad ottenere ciò a cui ambiva. Il vegliardo non manca di sottolineare i numerosi ostacoli incontrati, le porte sbattute in faccia (anche dalla Raffa nazionale a quanto pare) e i molti insulti ricevuti. Ma egli, memore dell’alfieriano motto, volle fortissimamente e – con l’aiuto prezioso doverosamente riconosciuto alla moglie Nenna Rosa (n.d.r.: GRANDE NENNA!) – raggiunge i risultati sperati.

“’Na Pernacchia” col martellare del suo basso ci sospinge verso il termine dell’opera. Nel consueto grandinare di male parole il Matusalemme delle Puglie racconta la più classica Italietta di Provincia: lui che mette incinta lei, la famiglia che lo cerca per bastonarlo, il sacrestano parecchio incazzato eccetera. E allora che matrimonio riparatore sia, ma col lusso di riservarsi un sonoro pernacchione al rigido conformismo di un paese ancora troppo bigotto!

Chiude questo masterpiece di dance pugliese “L’elettrauto”, vero must per i fanz del felino: un piatto in levare gioca a rimpiattino insieme a linee di basso abrasivo, mentre tocchi di tastiera elettrolizzano il brano. Le liriche non lasciano spazio a compromessi: ci sono verità purtroppo scomode e come tali taciute, ma a garanzia di un’utenza sempre peggio informata Leo si innalza a baluardo e ce lo dice, ripete ed urla: L’ELETTRAUTO RUBA, quindi occhio che a prenderlo in c*£o è un attimo.

Che dire a chiusura di tutto ciò? Aprite porte e finestre, aprite il cuore al generoso, cinico pensiero di un grande cantore dell’odierno spleen italico: è Leone che arriva al cuore (o al culo, dipende).

Dalla Puglia.

Col furgone, naturalmente.

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3 Responses to Leone di Lernia – Un leone su Marte (2004)

  1. polimestore says:

    Una recensione semplicemente magnifica. Ho impiegato anni a comprendere il tuo insegnamento leonino, ora lo conservo come il più prezioso dei tesoretti. Grazie Umbe! Ps: sbaglio scorgendo nella polisemia di Sfigato un tributo strisciante a Fausto Leali?

    • supertognazzi says:

      Azz mi leggi nel pensiero?!
      Era una cosa che dovevo specificare nella recensione, poi me la sono dimenticata.. Confermo: Leo omaggia il vocione Faustiano, cosa peraltro a lui non nuova perchè ad esempio in “Sei troppo brutta” spazia nell’imitare un sacco di cantanti con accenti dialettali vari.
      Semplicemente sublime!

  2. polimestore says:

    Uri Geller.

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