
Ottima prova registica, ottima sceneggiatura, belle interpretazioni attoree, grande ricostruzione scenografica del periodo. Bellissimo film.
Usa, inizio anni ’60: negli stati del sud l’apartheid è legge, bagni separati per i neri nei locali, malvista ogni interazione inter-razziale. In una cittadina qualunque circondata da campi ed immersa in quel perbenismo di facciata molto molto american dream, una ragazza coraggiosa (Emma Stone) ed anticonformista si oppone alle convenzioni sociali che la vorrebbero giovanissima mogliettina sforna-figli buona solo ad organizzare il bridge del giovedì. Le piace scrivere, s’è messa in testa di fare la giornalista e non le sfugge l’enorme falla ipocrita che permea la società cui appartiene, la quale relega le cameriere di colore al ruolo di comparse mute cui dare ordini, salvo contemporaneamente affidare loro in maniera ipocrita l’enorme responsabilità di crescere e curare i loro bianchissimi figli.
Da qui parte un percorso che la porterà gradatamente ad avvicinarsi ed empatizzare con il mondo parallelo delle cameriere nere, impersonate gigantescamente (sento puzza di oscar) da una Viola Davis praticamente perfetta.
La cosa bella del film è che potresti aspettarti un nuovo Colore Viola e ti siedi in poltrona preparando già la faccia tutta contrita, e invece no, il registro varia e parecchio, si piange sì, ci si commuove, ma si ride anche di gusto, ci si indigna e si riflette.
Vista la roba che esce nelle sale ultimamente mi sembra qualcosa di ampiamente satisfattivo.
Sì, è vero, ho visto la Aspesi pontificare sul film dalle colonne di Repubblica parlando di ipocrisia, inzuccheramento, badanti rumene in nero et altera. Voglio dirti questo Natalia: anzitutto curati l’ipotassi, per favore metti qualche punto ogni tanto perchè una matrioska di paragrafo con diciassette subordinate non l’ho mai scritto nemmeno io. Seconda cosa il cinema è – a chieder tanto – pedagogia a basso voltaggio, non siamo in Corea del Nord, ergo fattene una ragione. La gente va nelle sale con i cazzi in testa, spende pure 7 euro, quindi lasciala ridere, lasciala piangere, già che uno sceglie the help e non il risveglio con quella anemica scosciata che smitraglia i licantropi, ecco fai la cortesia.
Detto questo, mi è piaciuto il fatto che un film usa sulla storia degli usa pieno di riferimenti socio-culturali e metastorici alle vicende usa girato in usa per un pubblico usa possa entrare così naturalmente nei gusti nostri, che la società multietnica stiamo cominciando a godercela solo adesso, ed abbiamo esperienze e ragionamenti di radice diversa.
Perchè sì, forse è così, ipocrisia e riscossa sono le medesime a tutte le latitudini, poco importa se narrate attraverso la lente del puritanesimo sociale a stelle e strisce o con il filtro della nostra cattolica contrizione a comando. Le sensazioni sono le stesse, alla fine, ben incanalate – questo sì – dalla sceneggiatura che ti culla su un’altalena umorale fatta di riso, disprezzo, tristezza, speranza, commozione e rabbia.
Non scorre sangue, e restano sullo sfondo i roghi dei cappucci bianchi KKK e i pestaggi vari, ma proprio questo tenere la vetrina intonsa, quel mostrare sempre la faccia di sfida e sorriso di chi va avanti ed oltre (magnifico l’ottimismo spiritual che si respira sempre nella chiesetta black), è un’ottima metafora che insegna come la storia avanza determinata e determinista. Insomma, non per essere sempre i soliti marxisti ma è così, e tu suprematista bianco hai un bel fare cessi separati e dar fuoco a chi ha nuances epidermiche differenti, ma in un mondo di risorse limitate l’ascensore sociale mette il pepe in culo a chi non ha, non a chi già ha e attende.
Il film prende un 8.
E bravo Umbe!